Contesto storico e teorico

Prima della struttura

La semiotica strutturale non nasce dal nulla. Nasce quando cambia la domanda rivolta al linguaggio: dalla storia delle singole forme al sistema delle loro relazioni.

Il problema prima di Saussure

Immaginiamo di osservare due parole imparentate, il latino pater e l’inglese father. Per gran parte dell’Ottocento la domanda più importante sarebbe stata: attraverso quali trasformazioni regolari una forma antica ha prodotto forme diverse? È una domanda storica, e ha dato risultati scientifici decisivi. Ha permesso di ricostruire famiglie linguistiche, mutamenti fonetici e parentele che nessun documento raccontava per intero.

La futura linguistica strutturale non cancella questa ricerca. Sposta però l’attenzione. Si chiede come funzioni una lingua in un dato momento e perché un elemento abbia proprio quel valore all’interno di un insieme. La differenza è sottile ma radicale: una parola non viene più descritta soltanto attraverso ciò da cui deriva, ma attraverso ciò a cui si oppone e ciò con cui può combinarsi.

Una distinzione preliminare

Studiare il passaggio dal latino octo all’italiano otto è un problema diacronico. Studiare il rapporto attuale tra otto, sette e nove è un problema sincronico.

La linguistica storico-comparativa

Tra la fine del Settecento e l’Ottocento, studiosi come William Jones, Franz Bopp, Rasmus Rask e Jacob Grimm mostrarono che le somiglianze tra lingue potevano essere trattate con metodo. I neogrammatici portarono questa impostazione a un forte rigore: i mutamenti fonetici venivano studiati come processi regolari, non come collezioni di eccezioni curiose.

Ferdinand de Saussure si forma dentro questa tradizione. Il suo Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes, pubblicato nel 1879, è un’opera di linguistica comparativa. Il punto è importante: la svolta saussuriana non è il gesto di un estraneo che rifiuta la filologia. È la domanda di uno specialista che vede un limite nel modo in cui la disciplina costruisce il proprio oggetto.

Per conoscere una lingua non basta ricostruire ciò che è stata. Occorre descrivere l’ordine che rende possibili, qui e ora, le sue differenze.

Questa frase è una sintesi didattica, non una citazione di Saussure. Serve a isolare il passaggio che il capitolo successivo renderà più preciso.

La via di Peirce: il segno come processo

Negli stessi decenni, negli Stati Uniti, Charles Sanders Peirce elabora una teoria dei segni che non dipende dalla linguistica europea. La sua semiotic appartiene alla logica e alla teoria dell’indagine. Un segno non è una semplice coppia tra una forma e un’idea. È una relazione a tre: qualcosa funziona come segno di un oggetto per un interpretante.[1]

segno → oggetto → interpretante → nuovo segno

L’interpretante non è, in primo luogo, la persona che interpreta. È l’effetto significativo prodotto dal segno, cioè un’ulteriore determinazione della relazione. Da qui deriva l’idea di semiosi: comprendere un segno significa svilupparlo in altri segni.

Esempio

Il fumo rinvia al fuoco perché ne è fisicamente connesso: opera come indice. Una fotografia rinvia al soggetto anche per somiglianza: ha una funzione iconica. La parola fuoco rinvia al proprio oggetto in virtù di un’abitudine convenzionale: è un simbolo. Queste non sono tre scatole rigide: uno stesso segno può combinare più modi di rinvio.

Peirce è essenziale per la storia generale della semiotica, ma non va trasformato in un gradino della semiotica strutturale. Il suo problema centrale è l’azione del segno e la crescita dell’interpretazione. La linea che conduce a Hjelmslev concentra invece l’attenzione sulle dipendenze interne a un sistema. Le due vie si incontreranno e si discuteranno, soprattutto nell’opera di Umberto Eco.

La lingua come fatto sociale

Un’altra premessa viene dalla nascita delle scienze sociali. Émile Durkheim definisce il fatto sociale come un modo di agire, pensare e sentire esterno all’individuo e dotato di un potere di coercizione. Saussure non applica semplicemente Durkheim alla lingua, ma condivide un clima intellettuale: per spiegare un’istituzione collettiva non basta sommare comportamenti individuali.

La lingua appartiene alla collettività e precede ogni singolo parlante. Nessuno di noi decide il valore delle parole che usa, anche se ogni uso concreto può spostarlo un poco. Questo rapporto tra sistema condiviso e atto individuale prepara la distinzione tra langue e parole.

Da non confondere

Dire che la lingua è sociale non significa dire che è immobile. Significa che il singolo non può modificarla a piacere e che il cambiamento diventa linguistico quando entra in una pratica collettiva.

Che cosa sta per cambiare

Alla vigilia del Corso di linguistica generale sono presenti tre questioni. La linguistica comparativa ha mostrato la regolarità del mutamento, ma fatica a descrivere la lingua come totalità attuale. Peirce ha costruito una logica dinamica del segno, ma segue una via diversa da quella strutturale. Le scienze sociali hanno reso pensabile un ordine collettivo che non coincide con la volontà individuale.

Saussure salda queste tensioni in un nuovo oggetto: la lingua come sistema di valori differenziali. La parola decisiva non sarà ancora “struttura”. Sarà sistema.