Dalla lingua alla cultura

Verso la semiotica strutturale

Mito, parentela, moda, racconto e ideologia diventano oggetti analizzabili. Il metodo linguistico cambia mentre attraversa nuovi territori.

Trasferire un metodo non è copiarlo

La fonologia ha un vantaggio: può mostrare con relativa precisione che una sostituzione distingue due parole. Quando il metodo strutturale passa al mito, alla moda o alla pubblicità, le unità sono meno evidenti. Dove comincia una sequenza narrativa? Quale differenza visiva è pertinente? Chi stabilisce il livello corretto dell’analisi?

La semiotica strutturale nasce dentro queste difficoltà. Non applica una griglia pronta a qualsiasi oggetto. Cerca di costruire modelli che rendano comparabili fenomeni diversi, conservando l’idea che il senso dipenda da relazioni e trasformazioni.

Lévi-Strauss: le relazioni sotto il mito

Claude Lévi-Strauss incontra Roman Jakobson a New York durante la Seconda guerra mondiale. Dalla fonologia trae un principio: non studiare i termini isolati, ma i rapporti tra termini. Nelle Strutture elementari della parentela e nell’Antropologia strutturale, i sistemi di parentela e i miti vengono descritti attraverso opposizioni, correlazioni e trasformazioni.

Un mito non coincide con una versione autentica da cui le altre sarebbero copie degradate. Vive nell’insieme delle varianti. Per analizzarlo, Lévi-Strauss scompone il racconto in grandi unità costitutive, spesso chiamate mitemi, e cerca fasci di relazioni. L’ordine lineare del racconto conta, ma il senso emerge soprattutto da corrispondenze paradigmatiche.

Una logica di trasformazione

Due miti possono scambiare crudo e cotto, alto e basso, natura e cultura, vita e morte. Non dicono la stessa cosa con personaggi diversi: trasformano un problema comune attraverso combinazioni differenti.

Il rischio consiste nel trattare ogni opposizione come universale e nel ridurre la storia concreta a una combinatoria. La lezione più durevole è però metodologica: la variante non è rumore. Può mostrare la regola di trasformazione del sistema.

Barthes: la semiologia come critica

Roland Barthes porta la semiologia nella vita quotidiana. In Miti d’oggi, pubblicato nel 1957, analizza il wrestling, una nuova Citroën, il vino, il volto di Greta Garbo, fotografie di stampa. Il mito moderno non è per lui una storia falsa. È un secondo sistema semiologico che trasforma un significato storico in qualcosa che appare naturale.

Il modello deriva dalla connotazione di Hjelmslev. Un segno già formato, per esempio una fotografia con la propria relazione tra espressione e contenuto, diventa l’espressione di un contenuto ulteriore. La foto non smette di mostrare ciò che mostra, ma viene reclutata da un discorso ideologico.

primo sistema: espressione + contenuto = segno
secondo sistema: segno intero + contenuto mitico = mito

Negli Elementi di semiologia del 1964, Barthes compie anche un ribaltamento. Saussure aveva immaginato la linguistica come parte della semiologia. Barthes osserva invece che i sistemi di immagini, oggetti e gesti sono quasi sempre accompagnati e interpretati dal linguaggio verbale. Propone quindi, in quella fase, di considerare la semiologia come parte di una translinguistica.

Il valore di Barthes non sta soltanto nelle classificazioni. Sta nello stile analitico: rende visibile la costruzione culturale senza separare il rigore dal piacere della scrittura.

Greimas: una semantica strutturale

Algirdas Julien Greimas assume in pieno la lezione di Hjelmslev. Se la fonologia ha descritto il piano dell’espressione attraverso tratti distintivi, la semantica deve tentare un’operazione analoga sul piano del contenuto. In Semantica strutturale, del 1966, il sema è un tratto differenziale di contenuto.

Prendiamo uomo e donna in un sistema semantico tradizionale. I termini condividono alcuni tratti e si oppongono per altri. L’analisi non pretende che i semi siano atomi naturali della mente. Sono unità costruite dal modello per rendere conto di differenze osservabili nel discorso.

Greimas riduce inoltre le sette sfere d’azione di Propp a un modello attanziale di sei ruoli:

AsseAttantiDomanda
DesiderioSoggetto e OggettoChi cerca che cosa?
ComunicazioneDestinante e DestinatarioChi assegna valore e per chi?
PotereAiutante e OpponenteChe cosa facilita o ostacola il programma?

Gli attanti non coincidono con personaggi. Un oggetto, un’istituzione, una passione o lo stesso attore possono occupare ruoli diversi. Il modello cerca relazioni narrative più profonde della superficie figurativa.

Il percorso generativo del senso

La semiotica generativa descrive il senso per livelli, dal più astratto al più concreto. Il termine “generativo” non indica una sequenza psicologica con cui un autore inventa il testo. Indica una ricostruzione teorica delle condizioni che rendono il testo intelligibile.

Alla base si collocano opposizioni semantiche elementari e le loro relazioni. Il quadrato semiotico articola contrarietà, contraddizione e implicazione. A un livello narrativo, i valori entrano in programmi, congiunzioni e disgiunzioni tra soggetti e oggetti. A livello discorsivo, ruoli astratti vengono tematizzati, figurativizzati, collocati in tempi e spazi, assunti da un’enunciazione.

Dal profondo alla superficie

L’opposizione astratta tra continuità e discontinuità può diventare un programma di separazione, poi una storia di partenza e ritorno, infine una scena precisa con una stazione, due persone e un treno.

Il percorso non è una scala in cui la profondità è vera e la superficie ingannevole. Ogni livello aggiunge determinazioni. L’analisi deve mostrare come siano compatibili e come si trasformino.

Eco: codici, interpretazione, enciclopedia

Umberto Eco partecipa alla costruzione della semiotica italiana e dialoga con lo strutturalismo senza adottarne una versione chiusa. In La struttura assente, del 1968, critica l’idea che la Struttura possa diventare un fondamento ultimo. In Trattato di semiotica generale, del 1975, distingue una teoria dei codici da una teoria della produzione segnica.

Eco riapre la via peirciana. Il significato di un segno è spiegabile attraverso altri segni e dipende da una competenza culturale organizzata come enciclopedia, non come dizionario finito di definizioni. L’interpretazione non è però arbitrio individuale. È vincolata dal testo, dai codici e dalle pratiche condivise.

La lezione televisiva Il mondo dei segni, andata in onda nel 1974, resta un esempio raro di divulgazione rigorosa. Vi compaiono anche Jakobson e Barthes. La trovi nella mediateca.

Che cosa resta dello strutturalismo

Lo strutturalismo non è una sola dottrina. È una famiglia di programmi. Condividono almeno quattro mosse: privilegiare le relazioni sui termini isolati; cercare differenze pertinenti; distinguere livelli di organizzazione; costruire modelli espliciti e controllabili.

Le critiche successive hanno mostrato ciò che questi programmi lasciavano ai margini: la storia, il conflitto, il corpo, la pratica interpretativa, l’instabilità delle categorie. Eppure buona parte della semiotica contemporanea continua a lavorare con opposizioni, piani, livelli, attanti e trasformazioni. Non perché la stagione strutturalista sia rimasta intatta, ma perché alcune delle sue domande sono ancora produttive.