Una teoria che vuole essere esplicita
Louis Hjelmslev fonda con Viggo Brøndal il Circolo linguistico di Copenaghen nel 1931. Con Hans Jørgen Uldall elabora la glossematica, una teoria generale del linguaggio. Il nome deriva da glossa, lingua, ma il progetto non si limita alle lingue verbali.
I Prolegomeni a una teoria del linguaggio escono in danese nel 1943. Il libro cerca un metodo coerente, esauriente e semplice. “Semplice” non significa facile da leggere. Significa che la teoria deve usare il minor numero possibile di premesse arbitrarie e descrivere il proprio oggetto senza contraddirsi.
Il punto di partenza è saussuriano: la lingua è forma, non sostanza. Hjelmslev rende però questa tesi più rigorosa. Una lingua non viene definita dai materiali sonori o dalle idee che trasporta, ma dalle dipendenze che organizza. L’analisi deve essere immanente: prima di spiegare il linguaggio con la psicologia, la sociologia o la fisiologia, deve descriverne l’organizzazione interna.[5]
Hjelmslev non nega che il linguaggio abbia aspetti sociali, materiali o psicologici. Sostiene che una teoria linguistica debba prima costruire un oggetto specifico e controllabile. Le sostanze torneranno come manifestazioni della forma.
Funzioni e funtivi
Nel linguaggio comune una funzione è uno scopo. In Hjelmslev, invece, è una dipendenza tra termini. I termini di una funzione sono chiamati funtivi. Questa scelta lessicale evita di attribuire agli elementi una natura indipendente dalle relazioni.
Le dipendenze fondamentali sono tre:
| Dipendenza | Descrizione | Esempio intuitivo |
|---|---|---|
| Interdipendenza | I due termini si presuppongono reciprocamente. | Espressione e contenuto: non c’è funzione segnica con uno solo dei due. |
| Determinazione | Un termine presuppone l’altro, ma non vale il contrario. | Un particolare suffisso può richiedere una base, mentre la base può esistere senza quel suffisso. |
| Costellazione | I termini sono compatibili ma nessuno presuppone l’altro. | Due elementi che possono coesistere senza necessità reciproca. |
La terminologia sembra astratta perché vuole funzionare a livelli differenti. Non descrive soltanto parole o frasi. Descrive i tipi di relazione che l’analisi incontra scomponendo un testo.
Due piani: espressione e contenuto
Hjelmslev rinomina i due lati del segno saussuriano. Il significante diventa piano dell’espressione; il significato diventa piano del contenuto. I due piani contraggono una funzione segnica e sono solidali: un’espressione è tale soltanto in rapporto a un contenuto, e viceversa.
Questa riformulazione apre la teoria oltre la parola. In una fotografia, colori, linee, supporto e organizzazione visiva appartengono al piano dell’espressione. Le categorie e le relazioni semantiche costruite dalla fotografia appartengono al piano del contenuto. Non bisogna identificare in modo meccanico l’espressione con il “visibile” e il contenuto con un pensiero nascosto: entrambi sono oggetti di analisi e possiedono una forma.
Forma, sostanza e materia
Qui si trova il passaggio più importante e più spesso semplificato. Ciascun piano comprende una forma e una sostanza. Inoltre, Hjelmslev parla di una materia o purport, il continuum non ancora formato dalla lingua.
| Forma | Sostanza | |
|---|---|---|
| Espressione | La rete di opposizioni e regole che organizza i mezzi espressivi. | La manifestazione fonica, grafica, gestuale o visiva già formata. |
| Contenuto | Le categorie e le differenze semantiche proprie di un sistema. | Il modo in cui una comunità percepisce e concettualizza il campo così formato. |
Prendiamo lo spettro cromatico. Il continuum fisico delle lunghezze d’onda non offre da solo confini obbligatori tra colori. Le lingue lo segmentano in modi diversi. La forma del contenuto stabilisce le categorie disponibili; la sostanza del contenuto è il campo percettivo e concettuale assunto attraverso quella forma. Sul piano dell’espressione, ogni lingua seleziona e organizza materiali fonici differenti per manifestare i termini.
Il rapporto di parentela tra i figli degli stessi genitori viene articolato in italiano da fratello e sorella, mentre altre lingue possono distinguere anche età relativa o linea di parentela. Non cambia soltanto l’etichetta. Cambia la forma del contenuto che ritaglia la materia semantica.
La sostanza non è semplicemente la materia grezza. È materia già assunta da una forma. Questo punto è decisivo: la forma non riveste una sostanza preesistente come una custodia. La forma rende la sostanza pertinente per il sistema.
Sistema e processo
Hjelmslev riprende i due assi saussuriani. Chiama processo la catena realizzata, corrispondente alla dimensione sintagmatica. Chiama sistema l’insieme delle possibilità sostitutive, corrispondente alla dimensione paradigmatica.
Nel sintagma “il gatto dorme”, gli elementi coesistono in una catena. Al posto di gatto potremmo selezionare bambino, cane o custode, nel rispetto delle dipendenze grammaticali e semantiche. Il testo è un processo. La lingua è il sistema presupposto dal processo.
sistema: relazione “o...o” tra alternative
L’analisi parte dal processo accessibile, cioè dal testo, e ricostruisce il sistema che lo rende possibile. Il movimento va dalla classe ai componenti, poi dai componenti a componenti più piccoli, finché la scomposizione risulta adeguata allo scopo.
La prova di commutazione
La commutazione mette in rapporto i due piani. Si sostituisce un elemento dell’espressione e si verifica se la sostituzione produce una differenza correlata nel contenuto. In pane e cane, /p/ e /k/ sono invarianti perché il loro scambio distingue contenuti. Varianti fonetiche che non producono una differenza di contenuto sono sostituibili senza commutazione.
La prova può essere pensata anche sul piano del contenuto. Se una differenza semantica esige una distinzione stabile sul piano dell’espressione, si individua una categoria pertinente. La procedura evita di assumere in anticipo le unità: le scopre attraverso correlazioni controllabili.
Nei testi visivi o culturali la commutazione è spesso mentale. L’analista immagina una sostituzione, per esempio cambiare un’inquadratura o un colore, e argomenta l’effetto di senso. Il controllo è meno netto che in una coppia minima fonologica e richiede maggiore cautela.
Segni e figure
Per Hjelmslev una lingua non è composta soltanto di segni minimi. I segni possono essere analizzati in unità più piccole che non hanno, prese isolatamente, un contenuto proprio. Sono le figure. I fonemi sono figure dell’espressione: /p/, /a/, /n/, /e/ concorrono a formare pane, ma nessuno di essi significa una parte del pane.
La non conformità tra i due piani caratterizza le lingue naturali: la segmentazione dell’espressione non corrisponde termine per termine alla segmentazione del contenuto. Se ogni elemento dell’espressione corrispondesse stabilmente a un elemento del contenuto, avremmo un sistema di simboli più semplice, non una semiotica nel senso pieno della teoria.
Questa articolazione spiega l’economia del linguaggio. Con un numero limitato di figure possiamo produrre un numero molto grande di segni e testi.
Denotazione, connotazione, metalinguaggio
Hjelmslev distingue tipi di semiotica in base alla possibilità che uno dei piani sia a sua volta una semiotica. In una semiotica denotativa, né l’espressione né il contenuto sono, nel modello di base, semiotiche ulteriori. In una semiotica connotativa, il piano dell’espressione è costituito da una semiotica completa.
Una frase comunica un contenuto denotativo. Il suo accento regionale, il registro lessicale e lo stile possono diventare insieme l’espressione di un secondo contenuto: provenienza, ruolo sociale, situazione formale. Un’intera relazione tra espressione e contenuto funziona come espressione ulteriore.
In una metasemiotica, invece, il piano del contenuto è una semiotica. La linguistica che parla di una lingua è un metalinguaggio: usa segni per descrivere un altro sistema di segni.
Roland Barthes userà il modello della connotazione per analizzare il mito e l’ideologia. Umberto Eco lo discuterà nel quadro di una teoria più ampia dei codici e dell’interpretazione.
La forza e i limiti del progetto
La forza della glossematica sta nel chiedere rigore. Costringe a non confondere supporto materiale, organizzazione formale e contenuto. Rende pensabile una semiotica non limitata alle parole. Offre a Greimas il principio secondo cui il piano del contenuto può essere analizzato attraverso differenze e livelli.
La difficoltà nasce dallo stesso gesto. L’ideale di immanenza rischia di far apparire secondarie la pratica, la storia, il corpo e l’interpretazione. Molta semiotica successiva tenterà di reintegrarli senza perdere il rigore relazionale. Un recente filone di ricerca, per esempio, confronta la stratificazione hjelmsleviana con modelli della percezione e dell’azione.[6]
Hjelmslev non è quindi il punto finale. È una cerniera: trasforma la linguistica strutturale in una teoria generale delle forme significanti e consegna alla semiotica un lessico abbastanza astratto da attraversare sostanze diverse.